Al mattino mi sporgo alla finestra
- Vicino è una ginestra -
E vedo andar la metropolitana,
Che piano si allontana,
Più giù un coloratissimo giardino,
Lì va e gioca il bambino:
Un tempo salii sullo scivolo,
E da lì scendevo come un rivolo
D'acque di gioia piene,
Giornate che fur forse più serene,
Sul bordo abbaia un cane,
Un uomo segue e solo non rimane,
Io sono qui che aspetto,
Un poco sotto il mio vermiglio tetto.
Lo sguardo spazia sulla nuova chiesa,
E' verso il cielo ascesa,
Poi cade sulla mole antonelliana;
Le cure mie risana
Vedere dall'alto il mondo pratico,
Cosa che per me è un viatico,
In esso vivo e pur non v'appartengo,
Perché scontento i sogni miei trattengo,
Voglion volar via,
Per tenerli non v'è alcuna magia,
Come fosser cresciuti
Pulcini ch'ora sono adulti astuti,
Ma se un giorno che verrà li perderò,
Per qualche gioia, che altro troverò ?
Guardando un po' più in là vedo Superga,
Sembra che incenso asperga,
E quegli alpestri monti rinomati,
Che si sono levati
In tempi dei quali non ho memoria,
Ed hanno antica storia;
Mentre gli alberi stanno indifferenti
Dell'astro diurno sotto i raggi ardenti,
Sanno le nostre vite,
Ma d'essi non fur mai parole udite,
Ch'altri deridessero,
O che robusto spigolo avessero,
Sol essi forse saggi,
Che siano abeti, pini, oppure faggi.
Finisce la canzone,
Serrate e ferme son le lignee imposte,
Non v'è più narrazione,
Se non di quelle al vivere preposte,
Ché se n'è andato pur questo mattino;
Apro la porta e vado al mio destino.
lunedì 23 luglio 2007
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