domenica 12 agosto 2007

La fiaba dell'albero d'argento

C'era una volta un albero d'argento,
Lo accarezzava il vento,
Culminavano i rami scintillanti
In una chioma di foglie dorate,
Di rilucenti venature ornate,
Le stelle eran sue amanti,
Che si specchiavan nelle belle foglie;
Non erano mai le sue fronde spoglie,
Ma ogni dì fiorite,
Vezzeggiate da un clima dolce e mite,
Portava frutti di rosso rubino,
Per giocar con il sole del mattino,
Ma aveva le radici nella terra,
Prendeva il nutrimento di sotterra.


Ma una notte quell'albero d'argento,
Fu colto da un funesto sentimento,
Perché gli occorse di veder la luna,
Pensò: - Sarebbe certo una fortuna,
Avere tale luogo per mia casa,
La mia radice qui non è persuasa,
Più alto nutrimento là trarrebbe,
D'una terra d'argento lei vivrebbe,
Ed io codesto pianeta dall'alto
Veder potrei, traendone risalto,
Abbandonando il mondo del dolore,
Sarà adeguato a quello il mio colore,
Rispecchierò anch'io la luce e il sole,
Così mi porti speme dove vuole. -


Così a forza di torcersi e allungarsi,
L'albero argenteo finì per spezzarsi,
Rovinò a terra in parte,
Rimase la radice sua in disparte,
Finirono nel fango le sue foglie,
Nessun lume più coglie,
Ché le stelle guardan con asprezza
All'arroganza, che il bel tronco spezza,
Non lo vezzeggia il vento,
Che dalla pianta ormai reso scontento,
Ne allontana i pezzi un po' alla volta,
Finché ogni cosa è tolta,
Restano i bei rubini a rotolare,
Ben più in basso di prima a scintillare.


La favola insegna che
Si ambisce sovente a quello che non c'è,
Forse è meglio sapersi accontentare,
Quanto si ha amare
Con tutte le forze, perché ciò è bello
Ben più che fare in aria un castello.

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