sabato 25 agosto 2007

Quasi-lirica d'un ascensore

Mi chiamano con un tasto,
Ed io spesso mi presento,
Sempre ligio al mio dovere;
So che spesso sono soli,
A volte sbatton la porta,
Se qualcun altro s'appressa,
A volte invece attendono,
Per non far brutta figura,
Sorpresi nella lor fuga.


Pur a volte s'incontrano,
Li accompagno in silenzio,
E viaggiano imbarazzati,
Han gli occhi verso le scarpe,
Oppure verso i miei vetri,
Mentre io li porto al piano,
Certo che a volte parlano,
Come a romper l'imbarazzo,
Per dire le stesse cose,


Che ho ormai sentite da sempre;
Discuton molto del tempo,
Se fa caldo oppur fa freddo,
Come vogliano accertarsi,
Che non sia per l'uno il clima
Poi diverso che per l'altro,
Chiedono a volte: - Come va?
- Bene. - Oppure: - Abbastanza. -
Anche se in realtà va male.


...................................


Pausa perché m'han chiamato,
Ho portato un passeggero,
Riprenderò il discorso
Dal punto in cui l'ho interrotto:
Pare maleducazione,
Dir le cose come stanno,
Si dà almeno una patina,
Di quello che non c'è,
Ma sanno, che non è così.


Poi quando viaggian da soli,
Certi che non li si veda,
Ci son volte in cui piangono,
Così le loro parole,
Che non possono dire,
Trovano sfogo dagli occhi,
Ma ancor scrutano dai vetri,
Ch'alcun li veda al passaggio,
Ché sarebe anche un parlare.


Così tanta sofferenza,
A volte mi fa ammalare,
Ché non vorrei più vederli,
Resto fermo e non mi muovo,
Ed è inutile chiamarmi;
Così arriva il mio dottore,
E' il mio psicanalista,
Che mi cura col martello,
Con i chiodi e lo scalpello.

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